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STORIA E FOLCLORE

STORIA

Il più importante centro enologico della Media Valle del Calore, Taurasi, è posto su di uno sprone del versante destro che domina da notevole altezza (m.398 s.l.m.) il fondovalle, a monte del punto in cui il fiume è valicato dalla S.S. 90 delle Puglie.
Le origini della nostra città si perdono nella notte dei tempi: i numerosi ritrovamenti archeologici attestano che questo territorio era abitato già nell'Eneolitico, come testimoniano i recenti rinvenimenti di contrada San Martino.
Il nome di chiara origine osco-sabellica, fa riferimento al toro, mitico animale, condottiero della tribù dei "Taurasini" della stirpe dei sanniti, che giunti dal Nord andarono ad occupare una vasta zona tra le odierne province di Avellino e Benevento, che da essi prese il nome di "Ager Taurasinus" ("Campi Taurasini") o forse "Cisauna" ("Cis[D]aun[i]a"), al di qua dei monti della Daunia, e portarono alla nascita della città-Stato di Taurasia.


Ponte romano del I secolo a.C.


Particolare del ponte romano
detto "di Annibale" o "del diavolo"

Dell'importanza che questa terra venne ad assumere, vi è testimonianza nell'epitaffio inciso sulla fronte principale del sarcofago del legato romano Lucio Cornelio Scipione Barbato; la città da lui conquistata nel 298 a. C. nel corso della III guerra sannitica ed il suo territorio divenne "agro pubblico del popolo romano".

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Sarcofago del Console Lucio Cornelio Scipione Barbato
(conquisto Taurasia nel 294 a.C.)
CORNELIUS LUCIUS SCIPIO BARBATUS GNAEO PATRE
PROGNATUS FORTIS VIR SAPIENQUE CUIS FORMA VIRTUTE PARI SUMMA
FUIT CONSUL CENSOR AEDILIS QUI APUD VOS TAURASIA CISAUNA
SAMNIO CEPIT SUBIGIT OMNEM LUCANIAM OBSIDESQUE ABDOUCIT

Sempre nei pressi di questa città, il console romano Manlio C. Dentato, nel 273 a.C., sconfisse le armate di Pirro. Durante le guerre puniche, i Taurasini si schierarono con Annibale e si difesero tanto strenuamente da subire, da parte dei Romani, il quasi totale annientamento. La città, al termine delle ostilità, divenne "foederata", ossia alleata di Roma.


Vaso di epoca
romana rinvenuto in località Bosco

Nei quasi spopolati territori taurasini, nel 181-180 a.C., per ordine del senato di Roma furono deportati i Liguri-Apuani.
Durante la guerra sociale del 90-89 a C., la città si ribellò a Roma e fu saccheggiata; successivamente ebbe lo statuto di "municipia" e si vide latinizzare il nome in "Taurasium" e iscrivere alla tribù (elettorale) "Cornelia". Dopo la battaglia di Filippi, nel 42 a.C., durante il triumvirato augusteo, il territorio fu dato ai soldati romani veterani, diventando "colonia militare" ed i nuovi padroni iniziarono a costruire delle ville, mentre un'altra parte di esso passò nelle mani della seconda moglie di Augusto, Livia Drusilla. In questo periodo storico si diffonde la coltivazione della vite "Ellenica", infatti, Tito Livio scrisse di una Taurasia dalle "vigne opime".

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Lapide funeraria del I secolo d.C.
Lapide funeraria del I secolo d.C.
rinvenuta in contrada Trignara

Con l'arrivo dei Longobardi, si ha una rinascita e sorge l'odierna Taurasi, quasi sul medesimo sito. Nell'883 e tra il 900-910 subisce una serie di distruzioni da parte dei Saraceni.
Con l'arrivo dei Normanni, il Castello ("Castelli Taurase") viene ricostruito ed assegnato, nel 1101, a Trogisio di Taurasi della stirpe dei Sanseverino; con costui la baronia di Taurasi raggiunge il suo massimo prestigio ed importanza, infatti, essa andava dalle porte di Benevento e Avellino fin sotto il territorio di Sant'Angelo dei Lombardi.


Castello normanno

Alla sua morte, la grande baronia fu divisa tra i figli: Alamo ebbe Taurasi, Giacomo ebbe Castelvetere, Mabilia andò in sposa al cugino Trogisio di Grottaminarda e Ruggiero ebbe Monticchio; quest'ultimo donò a San Guglielmo da Vercelli un pezzo di terra dove poi sorse il Monastero del Goleto.
Ribellatosi a Ruggero d'Altavilla conte di Sicilia, Alamo fu privato della sua baronia, che venne concessa ai Gesualdo ed il feudo fu compreso nella connestabilità di Gilberto di Balvano.
Nel 1147 Taurasi passò a Ruggiero di Castelvetere, nipote di Alamo di Taurasi. Egli, sposando Pieronne de Aquila, contessa di Avellino, ebbe anche questa città.
E' del novembre 1179 il primo documento in cui viene citata la vite di Taurasi; in questo periodo sorgono le prime abitazioni la di fuori delle mura del Castello. Nel 1195, Pieronne si rifugia a Taurasi, tra i suoi amati vassalli, essendo Avellino ingovernabile e ribelle. Intanto il feudo passava di barone in barone, da Pagano de Paris a Matteo da Castelvetere, da Ruggiero Gesualdo a Manfredi Maletta.
Nel 1271 divenne abate di Montevergine Giovanni da Taurasi: egli si recò per ordine di papa Gregorio IX al secondo concilio ecumenico di Lione.
Nel 1289, con la morte di Enrico de Taurasi, il feudo passa alla nipote Taurasina che va in sposa ad Enrico de San Barbato. A questi, nel 1292, viene ordinato di recarsi al raduno militare di Eboli con ben 30 balestrieri: l'avvenimento fa pensare alla grande ricchezza che aveva Taurasi in questo periodo. Nel 1325, fervendo la guerra contro gli Aragonesi, fra gli altri capitani angioini che andarono in Sicilia sotto il comando di Carlo duca di Calabria, vi è Tommaso de Taurasi. Non si sa per quale ragione Taurasi sia passata ai Lautrec nel 1384, però non la tennero per molto, perché nel 1418 entrò nei beni feudali dei Caracciolo e nello stesso anno Tommaso de Taurasi divenne vescovo di Monteverde.

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Nel 1461, Giacomo Caracciolo parteggiando per Giovanna D'Angiò si schierò contro gli Aragonesi, il Castello fu stretto d'assedio e saccheggiato dalle truppe di re Ferdinando I; intanto il feudo veniva concesso a Luigi Gesualdo, il quale, nel 1490, lo vende a Ettore Pignatelli. Il Castello già compromesso e quasi cadente, pochi anni dopo viene addirittura bombardato da Federico I. Nel 1506 ritornarono i Gesualdo e con Carlo I, dal 1586, la città venne interamente ricostruita (anche il Castello, così come si presenta oggi) ed abbellita di nuovi splendidi palazzi. Il principe madrigalista amò talmente Taurasi, da lasciarlo scritto nel suo testamento: secondo alcuni documenti, qui egli era nato nel 1566.
Nel 1636, il feudo di Taurasi viene acquistato da Niccolò Ludovisi dei prìncipi si Piombino. Una ventina di anni dopo, una terribile peste colpì l'Italia e nemmeno Taurasi fu risparmiata, tanto che persero la vita più ella metà degli abitanti.
Nel 1668, Giovan Battista Ludovisi cedette il feudo alla Corte regia perché oberato dai debiti, e pochi anni dopo esso venne acquistato da Isabella della Marra. Arrivarono poi i Carafa d'Aragona e in seguito i Latilla (dal 1726); uno di essi, Benedetto, nel 1754 divenne vescovo di Avellino.
Nel 1779, con la nascita della Repubblica Napoletana, anche a Taurasi fu piantato l'albero della libertà. Con il ritorno della monarchia, i Latilla, marchesi di Taurasi, rimasero fino all'abolizione della feudalità.
Nel 1809 nasce ufficialmente il Comune di Taurasi. Durante i moti carbonari vi era una "Vendita" denominata "Gli auspici di Clelia". Nelle prime elezioni libere tenute nel 1848, tra i deputati eletti nel Principato Ultra vi era il colonnello Vincenzo degli Uberti, originario di Taurasi, divenuto poi Ministro dei Lavori Pubblici. Nel 1860 Taurasi è annesso al Regno d'Italia e nel 1893 è dotata della stazione ferroviaria.

Iscrizione posta nel 1868 in via Piazza per ricordare la costruzione della strada
Iscrizione posta nel 1868 in via Piazza per ricordare la costruzione della strada

Compiuta l'unità d'Italia
sotto il regno di Vittorio Emanuele II
il municipio di Taurasi,
essendo sindaco Ciriaco de Angelis,
descretò di costruire questa strada nel 1868


Durante le due guerre mondiali, Taurasi ha dato un grande contributo di sangue per difendere l'onore della Patria. E' da ricordare, inoltre, la figura di Gerardo De Angelis, registra cinematografico a Cinecittà, martire delle Fosse Ardeatine.
Nel 1992, infine, Taurasi "Terra del Vino", è Comune d'Europa.

(Tratto da "Vademecum Taurasino - 1999, a cura di Elio Capobianco e Rinaldo De Angelis)

[^ Sopra]


A Taurasi


Che brava gente tene 'stu paese:
bbona, gentile, affabile, curtese.
Se sente assieme all'aria 'mbarazzata
'na voce amica quase 'nnamurata.
Cca' tutto è bello, tutto è 'cchino 'e luce
tutto è 'nu quadro; è 'na canzone doce
ca trae dint' 'o core 'e chi ce vene
e 'o vino mette 'o ffuoco dint' 'e vvene.
'O verde, 'o sole e tanta brava gente
simpatica, ospitale ed accogliente,
me fanno dì c' 'o core ca a Taurase
i' mme' mangiasse tutte quante 'e vase.
G. Del Vecchio
[^ Sopra]

Massime, filastrocche, detti e proverbi taurtasini


Tratti da: Tiempe 'e 'na vota, Raccolta di massime, filastrocche, detti e proverbi taurtasini - Bruno Di Fronzo - 1995

Li ciucce sciarreanao e li varrile se scascene
(Le persone litigano fra di loro e spesso arrecano danno a terzi)

Vecenza re Mustina
s'aizave a prima matina:
girave 'nu poco attuorno
e fece lo 'ndinno re truriuorno.
(Le cose vanno fatte con sollecitudine; il tempo passa e non ci si accorge)

La mugliera è miezzo pane
(Con una moglie il peso della famiglia si dimezza)

Lo ruoccolo è figlio re la rapa
(Tale padre, tale figlio)

Quanne te promettene 'no purciello, fuie subbete co' lo funiciello.
(Se ti promettono qualcosa, vai subito a prenderla, prima che sia troppo tardi)

Chi tratta 'mpare, chi ferra 'nghiove.
(L'esempio cattivo trascina)

La lenga muta è male servuta
(Chi non parla è servito male)

Mane callose, mane gloriose.
(Il lavoro nobilita)

L'uosso viecchio conza la pignata
(Valore dell'esperienza)

Citto citto 'mmiezzo a lo mercato.
(Un segreto non va divulgato)

Chi vace a la cantina e nun 'bbeve è 'cchiù fesso re chi lo crere.
(Chi va in cantina, va per bere)

Titto titto titto, tecchete lo stuorto e danne lu ritto.
(Antica frase che veniva pronunciata lanciando sul tetto il dente di latte caduto per dar luogo alla dentizione definitiva)

Chi puta co' la pamapanella enche solo la ottecella
(Per avere un buon raccolto, la potatura va fatta tempo debito)

A parlà è arte leggia
(Parlare è facile; difficile è operare)

Quanno siente re vatte lo maglio, chianda l'aglio.
(Quando si prepara la legna per l'inverno è tempo di piantare gli agli)

Natale cu' lo sole e Pasqua cu' lo ceppone.
(Le stagioni a volte si invertono)

Senza ove rotte, nun se fanne frittate
(Per raggiungere uno scopo, ci vogliono sacrifici)

A lavà la capa a lo ciuccio, pierde tiempo, acqua e sapone
(il testardo non si convince facilmente)

Lo piro quanno è maturo, care senza torcetura.
(La virtù della pazienza)

Quanne chiove r'austo, chiove musto.
(Se piove nel mese di agosto, si farà una buona vendemmia)

Seca seca, masto Ciccio,
'na panella e 'no sasiccio:
'o sasiccio ce 'o mangiamme
e la panella ce 'a stipamme.
(Composizione cadenzata cantata ai bambini nella infanzia)

Lo vino 'bbuono se venne senza frasca
(Quando la merce è buona non ha bisogno di essere reclamizzata o esposta)
[^ Sopra]

I fuochi di S. Cirìaco a Taurasi


Tratto da: Novecento - Pagine taurasine - Antonio Panzone

I fuochi, che squarciano l'aria la sera del 15 marzo, hanno origini antichissime, che si perdono nella nostra storia contadina e nel culto antico del martire.
Il 15 marzo, vigilia della nascita del Santo, c'è l'abitudine di accendere dei grandi falò in ogni rione del paese. In questo periodo per la civiltà contadina è terminata la potatura delle piante, per cui ci sono sarmenti e tralci di ogni tipo, che , legati opportunamente, vengono messi da parte per il fabbisogno dell'anno ".. pe' appiccia' lo ffuoco quann' fa fridd' o pe' appiccia'lu furn' a Pasqua o quanno se vole fa' llo ppane e lo ucciolo co la pommarola 'ncoppa.." , ma anche per l'occasione dei fuochi in onore a S. Ciriaco".
Si passa di casa in casa a chiedere ".. ddoie levene pe' San Ciriaco.." Basta la disponibilità spontanea del vicinato, che non si fa pregare prima per la venerazione del martire e poi anche perché in molti casi si libera di tanti sterpi, a volte, anche scomodi. I ragazzi poi sono bravi a far pulizia, prelevando tutto quanto viene offerto.
Il più delle volte si fanno delle gare a chi riesce ad allestire il falò più grande,e non di rado succedono pure degli incidenti, specie quando questi falò si accendono in prossimità di abitazioni. Alcuni anni addietro il falò allestito in prossimità delle case popolari, creò danni a delle finestre plastificate. S.Ciriaco,comunque, non trascura i suoi fedeli e li protegge sempre. Bisogna affermare che questa tradizione non è stata mai sospesa. Degli anni ha registrato anche dei cali di partecipazione, ma sospesa mai e la sera della vigilia di S. Ciriaco c'è stato sempre chi, all'ultimo momento, ha raccolto delle fascine e ha creato il falò, più, modesto, ma sicuro segno di una tradizione e di una fede che non muore.
Forse o a carico dell'Assessorato della P. I. locale o della Pro Loco si potrebbe indire una gara ".. lo ffuoco cchiù bello re S.Ciriaco.. accumpagnanno la serata cu sausicchi' e vino.."
Oggi, nei giorni precedenti la ricorrenza, i ragazzi, attrezzati con funicelle e corde e muniti di carriole, vanno per la campagna a raccogliere legna e i contadini danno fascine e ceppi; ma si raccoglie di tutto, anche cartoni, gomme vecchie d'auto, ecc.
La sera del 15, dopo " le funzioni religiose della sera si accendono i falò.
E' un via vai di persone che vanno da un crocicchio all'altro, osservando ed esaminando i vari falò, per stabilire quale sia il migliore... Alcune donne portano patate, altri, più organizzati, hanno recuperato vino e salsicce e, quando la fiamma cede il posto alla brace e alla cenere, si sistemano patate, salsicce, vino, castagne e tutti i santi finiscono in gloria.
..... Verso il tardi, è usanza di portare a casa, dopo averlo sistemato nel braciere, un po' di fuoco del Santo, perché porterà sicuramente bene.
[^ Sopra]

L'Orto di San Marciano


Tratto da: Novecento - Pagine taurasine - Antonio Panzone

La tradizione popolare vuole che San Marciano possedesse in Frigento un'umile casa con un orto annesso e che egli stesso si prendesse cura dell'orto.
Era una persona semplice perciò, dopo avere svolto la sua missione pastorale, amava fare il contadino.
Di qui il suo patronato sull'agricoltura e la sua protezione sui frutti della terra; di qui l'usanza antica di secoli, di allestire, in occasione della Sua festa l'Orto di San Marciano.
Chi nella notte dell'allestimento "dell'orto" non riuscisse a dormire, non si dovrà spaventare se in Piazza Duomo per caso scorge un via vai di persone che, avvolte dalle tenebre, si adoperano in modo frenetico perché per l'indomani, festa del patrono, dovranno averlo approntato.
La mattina successiva, alla vista del visitatore appare, come per incanto, in prossimità della Chiesa, sul lato destro dell'ingresso del castello, in pieno centro abitato, un orticello rigoglioso e lussureggiante.
I fedeli, per devozione al Santo, lavorando alacremente, su una superficie di 50 mq., ce l'hanno fatta anche questa volta! Hanno costruito in pietra grezza un pozzo ed un viottolo ad esso collegato; in un altro angolo poi hanno sistemato un carro, simbolo del lavoro agricolo, e poi, nell'orticello improvvisato compaiono tutte le piante e gli ortaggi caratteristici della nostra campagna.
Sono primizie, ortaggi e frutti, messi lì per devozione al Santo, come ringraziamento per la protezione dei nostri raccolti, perché il Santo, San Marciano, ci protegge; e quando, nel corso dell'anno, ci sono temporali, anche di grandine, che distruggono o decimano i raccolti, rendendo vano il lavoro dei campi, non è raro vedere dei terreni dei paesi vicini coperti di bianco, mentre per noi c'è San Marciano che stende il suo mantello e ci avvolge con affetto e salva il nostro raccolto.
Oggi, nell'orticello sono presenti elementi ricercati, che curano non solo l'aspetto architettonico, come la costruzione di un pozzo rifinito in ogni sua parte, perfettamente funzionale, arricchito di strumenti rudimentali, come la civiltà contadina richiedeva; ma, più di ogni altra cosa, che mescola il sacro col profano.." S.Marciano è ridisceso nell'orticello per coltivarlo...! ". Questa volta a contribuire al miracolo è stata la mano felice dell'artista Ciriaco Pizzano. La figura del Santo è rappresentata da una scultura realizzata in cartapesta e ferro modellato.
L'artista non è nuovo a questo tipo di tecnica: a lui si deve anche la realizzazione della Sacra Famiglia, che, da qualche anno a questa parte, allieta e rende varie le Festività Natalizie nel nostro Paese.
Rientra nelle abitudini del Santo Vescovo scendere nell'orticello per coltivarlo: a noi questo fa piacere, sembra che ci sia più confidenza con Lui e Lui si senta più vicino a noi.
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I VINARELLI DI CAGGIANO


Tratto da: LA VITE E IL VINO NEL TEMPO CON PARTICOLARE ATTENZIONE PER IL TAURASI- SCUOLA MEDIA STATALE "T. CAGGIANO" TAURASI

Gaetano Marciano Caggiano nacque a Taurasi il 2/06/1921. Già nella prima giovinezza si distingueva tra i coetanei per bontà e dedizione agli studi e amore verso la famiglia. Giovanissimo iniziò la carriera di maestro nella Scuola Elementare. Dal 1948 prestò servizio ininterrottamente nella Scuola di Taurasi per 20 anni. Nell'anno scolastico 1968/69 si trasferì a Napoli dove restò in servizio fino al 1974 anno della sua morte.
All'attività di maestro aggiunse, in Taurasi, quella di dirigente del Centro di lettura dal 1957 al 1965; fu anche presidente dell'Azione Cattolica e amministratore comunale, ricoprendo la carica di Vice-Sindaco e distinguendosi quale sostenitore ed innovatore delle tradizioni locali.
Nel 1970 fu coadiuvatore-organizzatore del Congresso Nazionale per la Lotta contro la Distrofia Muscolare.
Ideò, organizzò e sostenne la mostra di pittura estemporanea "Taurasi terra del vino", la mostra di pittura estemporanea di "Paternopoli" e la mostra di pittura internazionale di "Sant'Agnello" (Sorrento).
Gaetano Caggiano, amato e rispettato da tutti quelli che ebbero fortuna di conoscerlo in vita, per la sua bontà, l'assiduo impegno in tutti i campi sociali, la scrupolosità professionale, la competenza e l'entusiasmo nella sua opera di educatore e di artista, raggiunse la notorietà nazionale grazie alle sue doti pittoriche. Chiara testimonianza di questo sono i vari premi vinti, tra i tanti ricordiamo la medaglia d'oro vinta nel 1974 alla collettiva di pittura sul tema "Scuola mia" allestita presso il Provveditorato agli Studi di Napoli e il Circolo Artistico in via Passina a Napoli, a lui intitolato. La sua pittura riscosse successo per la naturalezza dei soggetti e per la sua morbidezza. Una novità assoluta per l'arte di Caggiano è rappresentata dai "vinarelli", cioè dalle numerose opere dipinte con il solo vino di Taurasi, già noto per la sua bontà, ma che l'artista rese due volte famoso con le sue opere. La tecnica dei vinarelli è decisamente nuova ed originale, infatti, essi sono cosi chiamati perchè eseguiti con solo vino e opportuni fissanti. Essi sono il risultato di anni di prova e di esperienze. Il Caggiano è l'unico a cimentarsi in questa tecnica e bisogna riconoscere con risultati molto lusinghieri. Le composizioni presentano varie intensità, diverse intonazioni.
La raffigurazione di un tema è basato sull'uso razionale di un certo tipo di vino caratterizzato dall'annata, dalla gradazione e dai vari componenti. Macchie dense, approfondite, lievi e sfumate a seconda della raffigurazione risaltano su una matrice viola in tutte le sue gamme, ottenute dal bagno finale cui vengono sottoposte. In alcune si osservano rigagnoli violacei che con le loro volute danno quasi vita a personaggi, campagne ed aspetti vari della natura. Sono vinarelli che "danno alla testa" perchè incidono profondamente nell'animo dell'osservatore con la loro armonia e si distinguono per il loro effetto decorativo. I fissativi aggiunti danno corpo e resistenza all'opera che, col tempo, acquista tinte morbide e vellutate. Insomma è proprio un genere nuovo e genuino, come deve essere obbligatoriamente il vino adoperato dal pittore.
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